Iran-Arabia e la secolare contesa

Il contrasto fra sunniti e sciiti, come è noto, risale all’epoca di Maometto, e verte più esattamente sulla questione della successione al Profeta, se essa cioè debba spettare ai parenti del Profeta stesso, a partire dal genero Ali e dai suoi figli, in particolare Hussein (e “sciita” significa “componente del partito (di Ali)”) ovvero al successore designato da Maometto stesso in punto di morte, il suocero ed amico Abu Bakr, come sostengono i seguaci della tradizione (“sunna”).
All’interno del panorama islamico i sunniti sono certo larga maggioranza, ma l’Islam sciita conta presenze strategiche, essendo maggioranza in Iran ed Iraq e potendo contare su significative minoranze altrove, Arabia Saudita inclusa.
D’altro canto, la scelta degli Stati Uniti di cancellare il regime baathista (e quindi “laico”) iracheno di Saddam Hussein ha permesso agli sciiti iracheni di rivendicare il loro essere maggioranza nel nuovo Stato, che di fatto è divenuto una confederazione rissosa e priva d’autorità, con l’automatico risultato di fare dell’Iran uno degli attori egemonici primari sulla scena mediorientale dopo anni di marginalità ed ostracismo.
La politica iraniana è stata aiutata in questo tentativo di smarcamento dall’ emergere di un aggressivo movimento terroristico di marca sunnita, che ha reagito a quella che viene denunciata come un’aggressione coloniale e religiosa da parte dell’Occidente verso l’Islam con atti di violenza portati sul territorio stesso del “nemico”, come hanno dimostrato gli attentati dell’ 11 settembre 2001 a New York ad opera di Al Qaeda e quelli del 7 gennaio e 13 novembre 2015 a Parigi ad opera del cosiddetto “Stato Islamico” (Daesh).
Né al Qaeda né il Daesh, in ogni caso, avrebbero potuto esistere se alle spalle non avessero avuto la predicazione di imam wahhabiti finanziati sontuosamente dalla famiglia reale saudita, che ha tutto l’interesse a legare a sé una corrente islamica tanto rigorosa in modo da stornare ogni possibile critica rispetto al fasto e all’opulenza in cui essa vive rispetto alla miseria delle masse popolari. In questo senso è perlomeno ambigua la militanza del Governo saudita nel fronte anti-Daesh, visto che questo movimento sembra essere indirizzato contro gli stessi nemici dei signori di Riad, come il Governo baathista siriano e quello confederale iracheno, ambedue alleati strategici dell’Iran.
Ciò evidentemente mette in imbarazzo l’Amministrazione Obama, che ha fortemente voluto la normalizzazione dei rapporti con Teheran, e che allo stesso tempo ha un legame storico con l’Arabia Saudita, come lo ha del resto con Israele, il cui attuale governo sembra essere più preoccupato dal crescere della potenza sciita piuttosto che dall’avanzare del Daesh: infatti, sebbene non vi sia la minima possibilità di rapporti diplomatici formali, da sempre Israele e Arabia Saudita coltivano in modo eccellente comuni interessi, a partire dall’esigenza del “contenimento” del regime di Teheran.
In tal mondo rientra potentemente sulla scena mediorientale la Russia, che non solo da tempo ha saldi rapporti sia con Damasco che con Teheran, ma può anche atteggiarsi, caduto il comunismo, a paladina delle minoranze cristiane nel Medio Oriente contro cui il Daesh ha scatenato una guerra di sterminio.
Il rischio è quindi quello di una doppia guerra, di natura insieme egemonica e religiosa, con l’aggravante che ad esserne il campo di battaglia, oltre al Medio Oriente stesso, sia un’Europa divisa e confusa.

Giovanni Bianchi

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