L’Iran, nell’immediato post-elezioni

All’indomani delle elezioni in Iran per il rinnovo del Majles e della Assemblea degli Esperti, le reazioni contrastanti della stampa iraniana si sono mescolate con quelle più strillate dei media occidentali. L’esito delle votazioni racconta però di carte ancora tutte da scoprire.

Con la rimozione delle sanzioni internazionali e l’ottimismo sulle aperture del Paese (in chiave economica, prima ancora che politica), il popolo ha accolto con più entusiasmo il richiamo alle urne (55 milioni di votanti, circa 60% di affluenza), nonostante le squalifiche operate dal Consiglio dei Guardiani. Solo 5.500 nomi sono risultati idonei a fronteggiarsi per i 290 posti in Parlamento, a fronte dei 12.000 candidati passati al vaglio dei 12 membri del Consiglio. Importante in tal proposito il ruolo delle opposizioni, e in particolar modo dei riformisti, che benché decimati hanno mobilitato il popolo e il proprio elettorato a votare.

La “List-e Omid” (lista della Speranza, riformisti) ha vinto i 30 seggi disposti per la città di Teheran nel Majles. In testa è il candidato Mohammed Reza Aref, mentre primo tra gli esclusi è il conservatore Gholam-Ali Haddad-Adel, ex Presidente del Parlamento, capogruppo di una lista entro cui sono confluiti un insieme di partiti conservatori e radicali, alcuni dichiarati oppositori dell’amministrazione Rohani. Al seguito di Aref c’è Ali Motahari, sceso al fianco dei riformisti ma sostenitore di un approccio tradizionalista. Qui già emerge una contraddizione: la lista Omid è stata la risposta necessaria e obbligata allo sbarramento di molti candidati riformisti. Moderati e conservatori all’opposizione hanno pertanto scelto di confluire nella stessa per puri motivi di contingenza. Va posta dunque attenzione alle inclinazioni dei singoli, più che lasciarsi ingannare dalle coalizioni temporaneamente create e soggette ad una sicura ridefinizione. Inoltre, il dato di Teheran non è rappresentativo del resto del Paese: il sostegno alla “Lista della Speranza” al di fuori della capitale non è stato cospicuo, attestandosi solo al 30%, contro il 55% dei conservatori nelle aree periferiche del Paese.

Anche per quanto riguarda l’Assemblea degli Esperti, che verosimilmente eleggerà il successore della Guida Suprema Ali Khamenei, 15 su 16 posti destinati alla capitale sono stati assegnati alla colazione dei moderati, vicini al Presidente Rohani. Il più votato è stato Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, Presidente della Repubblica negli anni Novanta e ad oggi capo del Consiglio per il Discernimento.

Tali risultati non bastano a chiarire la complessità del sistema politico iraniano, né aiutano a intuire le linee di governo che potrebbero definirsi nel breve-medio periodo. In una politica saldamente legata al fattore personale, dove i tatticismi individuali hanno effetti maggiori rispetto ai programmi delle fazioni, bisognerà aspettare l’insediamento del nuovo Parlamento, e trattandosi di gruppi formati unicamente per le elezioni, c’è da aspettarsi una verosimile ridefinizione degli assetti interni al sistema monocamerale del Paese.

Sicuramente gli iraniani, con l’importante partecipazione al voto e l’emarginazione di figure radicali, hanno lanciato un segnale forte al regime. In definitiva, possiamo definire i centristi moderati come i veri vincitori di queste elezioni, senza dimenticare che gran parte dei riformisti non ha preso parte alla competizione e che, di conseguenza, né i conservatori moderati né i pragmatici all’opposizione hanno potuto intercettare il desiderio di un rilancio soprattutto economico diffuso nel Paese.

Giorgia Perletta www.ilcaffegeopolitico.org

 

 

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