Una famiglia per un figlio o un figlio per la famiglia?

foto Roberta OsculatiMentre in Parlamento si lavorava per cercare un punto di equilibrio sulle unioni civili che portasse a un allargamento dei diritti sociali, la società si è divisa scoprendosi alternativamente “arcobaleno” o impressionantemente “family” e focalizzando l’attenzione prevalentemente sui temi che riguardano i bambini e in particolare l’adozione. I più deboli, coloro che non hanno voce in capitolo, sono stati così strattonati da una parte e dall’altra per giustificare ora l’una ora l’altra presa di posizione…
Non siamo qui a discutere sul dovere da parte dello Stato di tutelare un minore e neppure sulla responsabilità da parte di un genitore a crescere il proprio figlio, anche quando fosse nato da unioni precedenti, ma i primi disegni di legge aprivano implicitamente alla maternità surrogata, o “utero in affitto”, cioè all’opportunità di chiedere a una donna di conseguire una gravidanza al posto e per conto di altri utilizzando il seme di un terzo, pratica vietata in Italia, ma ammessa altrove.
Cosa c’è di anomalo in questa prospettiva? Semplicemente il punto di partenza, perché viene messo al centro l’auspicio dell’adulto che prevale su quello del bambino… e così chi ha la voce più forte riesce a farsi sentire. Perciò è avvenuto che si parlasse in difesa del “desiderio dell’adulto” ad essere genitore e non si considerasse il “diritto del minore” ad avere dei genitori.
Possiamo certo dire che il desiderio di avere un figlio è in sé qualcosa di buono e di sano, ma da intendersi appunto come tale, cioè come volontà personale che si spinge a una ricerca intensa a realizzare il progetto di genitorialità nel quale si vedrebbe pienamente attuata la propria umanità e progettualità adulta. Ma un desiderio personale, pur giusto, non può diventare necessariamente e obbligatoriamente un “diritto”. Claudio Magris ha recentemente approfondito la tematica (Corsera 16/3 pg.1) richiamando anche posizioni di una parte qualificata del mondo laico: il desiderio non può trasformarsi in una definizione oggettiva di un comportamento valido per l’intera comunità, come orientamento su cui basare la convivenza sociale.
Perciò ben venga il progetto di rivedere complessivamente la legge sulle adozioni, sì ma mettendo sempre al centro il “diritto del bambino”, non il “desiderio dell’adulto”, ribadendo che non si tratta di processi automatici, ma di attente verifiche da parte del Tribunale dei Minori atte a verificare le condizioni complessive e la stabilità che potranno garantire una crescita armonica ed equilibrata del minore.
E in particolare vale la pena di sottolineare che in materia di adozione, va sicuramente migliorata la procedura di attuazione delle adozioni in generale, perché non basta “dare” un figlio a una famiglia, ma quello che veramente fa la differenza – per il minore e i suoi nuovi genitori – è l’accompagnamento e il sostegno, l’attenzione a crescere competenze genitoriali specifiche ed equilibrate, a creare una rete di relazioni sociali ampie e ricche, a intervenire mettendo in atto interventi riparativi di cui i bambini adottati hanno bisogno, a incoraggiare uno sviluppo cognitivo che spesso prima dell’adozione è stato compromesso… E in questa prospettiva vanno dunque certamente rivisti gli investimenti a favore dei servizi sociali a sostegno della famiglia.

Roberta Osculati
mamma adottiva

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