Moro tessitore, tra razionalità e dramma

Nella figura di Aldo Moro si riassume la “fatica della democrazia”, “opera sempre in divenire, mai definitivamente compiuta”. Lo ha affermato lo scorso 23 settembre il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso di una cerimonia al Quirinale per i 100 anni della nascita dello statista originario di Maglie (1916-1978). Moro “fondava – secondo Mattarella – la sua testimonianza politica sul superamento della concezione di uno Stato autoritario all’interno e aggressivo all’esterno. Lo Stato andava orientato, invece, con decisione, al continuo rafforzamento delle basi della democrazia e di un ordine internazionale ispirato alla distensione e al superamento degli squilibri esistenti”. “La convinzione del valore dell’unità popolare, raggiunta con la Resistenza e consolidata con la Costituzione, costituiva per lui la premessa di ogni percorso di rinnovamento sociale e istituzionale”.

Nel centenario della nascita si sono moltiplicate le occasioni, più o meno ufficiali, e le pubblicazioni per ricordare la figura del politico democristiano, cresciuto tra le fila della Fuci, giurista, “padre costituente”, parlamentare, più volte ministro e premier, ucciso infine dalle Brigate Rosse dopo una lunga prigionia.

Moro è stato – come molte voci hanno ricordato in tale circostanza – un uomo di grande cultura prestato alla politica; persona sensibile, “tessitore” per vocazione di relazioni volte al bene comune rappresentato dagli interessi della nazione italiana, con un occhio sempre rivolto all’orizzonte internazionale. Il Capo dello Stato ha aggiunto: “Fermo e instancabile nel perseguire la sua visione anticipatrice, era portatore di quella ‘vocazione all’intesa’, di quella consapevolezza del valore del confronto che contribuirono ad attribuirgli l’immagine del mediatore, tra le forze politiche, così come tra le opinioni e le tendenze presenti nel suo partito”. In tal senso Moro, martire per il bene comune, rimane una figura di estrema attualità.

Dal canto suo Guido Formigoni, docente di Storia contemporanea all’Università Iulm di Milano e autore del volume Aldo Moro: lo statista e il suo dramma (Il Mulino, 2016), ha indicato un’altra caratteristica di Moro che ne rende preziosa anche per l’oggi la pur sofferta, e non esente da limiti, testimonianza politica. Formigoni, infatti, ha affermato. “Politico della parola se mai ce ne sia stato uno, Moro si affacciò all’era della politica e della comunicazione di massa cercando di mantenere il suo schema logico e la sua volontà di convincere razionalmente il pubblico e l’elettorato”. La fatica del pensiero, l’arte della mediazione, la vocazione al dialogo costruttivo: sono tra i doni che Aldo Moro ha lasciato al Paese. Virtù maturate nella costante volontà di studiare e capire i fenomeni del suo tempo, di ascoltare il fluire della storia, di porsi al servizio degli italiani.

A cento anni dalla nascita e a quasi quaranta dalla strage di via Fani, Moro continua a indicare uno “stile educativo” di interpretare e vivere la politica.

Gianni Borsa

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