Referendum: funzionamento migliore o dialettica opaca?

Stiamo assistendo ad un dibattito ripetitivo, stanco, intellettualmente poco stimolante, inutilmente aggressivo e polemico negli slogan buttati addosso all’avversario. L’esito del referendum è stato molto drammatizzato; invece gli analisti più seri e pacati, anche tra quelli impegnati nella battaglia referendaria SI/NO giungono a dire, in conclusione, che la vittoria della loro parte (il SI) renderà il funzionamento delle istituzioni un pochino migliore (così Salvati e Fusaro) o, al contrario, provocherà una dialettica democratica un po’ più faticosa ed opaca (così Cheli e De Siervo). Il miglior testo a commento della riforma è stato scritto, a mio avviso, da Emanuele Rossi e si intitola significativamente “Una costituzione migliore?” Là dove la proposizione di partenza è un’apertura di credito evidenziata dall’aggettivo qualificativo “migliore”, attenuato però da un punto interrogativo.

Questa premessa rende ragione di quel “disagio del costituzionalista” che Leopoldo Elia aveva evocato nel corso della battaglia referendaria del 2006. Ciò però mi dà l’occasione per affermare che, pur con diversi errori e lacune, nonché vere e proprie sgrammaticature lessicali e costituzionali – spesso frutto di occasionalismi nel corso del dibattimento parlamentare, per la necessità di portare a casa il risultato attraverso i marosi di un lungo e spesso scadente percorso nelle due Camere – è in malafede chi dice che questa proposta è peggiore di quella di Berlusconi, Bossi e Fini del 2005. Sul punto dolente e cruciale dei poteri del Premier non viene infatti modificato il decisivo articolo 95 Cost. che resta nella formulazione attuale: “ Il presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile”, mentre il centrodestra aveva sostituito il <dirige> con <determina> ed introdotto la nomina e revoca dei ministri. Ed era un clima politico diverso e peggiore (“premierato assoluto” lo aveva battezzato Elia) arrivando fino ad un sostanziale potere di scioglimento delle Camere, che adesso resterebbe invece nelle mani del capo dello Stato. Ugualmente, e per fortuna, non vengono modificati l’indipendenza, l’autonomia e i poteri della magistratura, sia quella inquirente che giudicante, ed il ruolo della Corte costituzionale.

Qual è allora, in estrema sintesi, la parte delle riforma proposta che suscita i maggiori dubbi? E’, da una parte, la non riuscita eliminazione del bicameralismo perfetto e paritario, il cui assetto, nel nuovo Senato, presenta molti difetti, perché richiede molte attestazioni di fede in un funzionamento che appare per molti versi problematico. Da un’altra parte riposa su un’eccessiva fiducia nel potere di decisione: che deve essere veloce, al limite dello sbrigativo, con un protagonismo del governo frutto di conciliaboli stretti e di rapporti ravvicinati con alcuni circoli privilegiati della élite economica, finanziaria e mediatica del paese. Risulta malvista, invece, la cultura e la tecnica della mediazione tra i diversi soggetti portatori di interessi, ma anche di valori, di cui una società plurale come la nostra è giorno dopo giorno portatrice, e che ha bisogno non di meno ma di più luoghi di partecipazione-confronto e, perché no, di espressione di un sano, anche se non anarchico, conflitto sociale.

È in questa prospettiva che va annotata, allora, la netta diminuzione del tasso di autonomia, anzi di autonomie, nel nostro paese, di cui l’abbassamento del ruolo delle Regioni ordinarie (ma non di quelle speciali, perché?) è incontrovertibile testimonianza. Dunque: luci ed ombre, come in tutte le proposte politiche e gli eventi della vita. Ma, per favore, finiamola in fretta!

Enzo Balboni

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