Avvicendamento e accompagnamento: per far crescere gli uomini di domani

La vicenda del passaggio di testimone di Enzo Bianchi -73 anni, priore della comunità monastica di Bose- ad un confratello, hanno fatto discutere non poco. Una scelta controcorrente, in un’epoca in cui nessuno ama lasciare la propria posizione. Siamo talmente ancorati alle nostre sicurezze, ai nostri diritti, che vedere qualcuno libero da ogni condizionamento fa paura, e quindi va attaccato. Eppure questa decisione, più di tante altre, è un’autentica scelta paterna. Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di padri nella nostra società!

Il padre è colui che lascia il posto al figlio, ma non lo abbandona anzi lo accompagna. Avvicendamento e accompagnamento. Mosso da un amore infinito e una fiducia smisurata nei confronti del figlio (e non delle sue capacità), il padre e la madre si fanno col tempo piccoli perché il figlio/a possa diventare grande. Sin dalla prima infanzia, il padre e la madre prendono le distanze dal figlio per insegnargli a camminare. Ma tendono le braccia e lo aspettano, finché il bambino mette un piede davanti all’altro e si “tuffa” verso di loro. Crescendo, il bambino impara ad andare in bicicletta, se pedala da solo, in equilibrio, senza che i genitori tengano il manubrio. E così via. Fino a quel momento in cui il padre e la madre lasciano tutto quello che possiedono per il figlio. Si chiama eredità. Materiale, spirituale, culturale. Tutto ciò che di bello, di vero e di giusto quel padre ha insegnato al proprio figlio va a comporre quell’eredità, che segnerà i tratti distintivi del bambino divenuto uomo. E’ essenziale però che, in ogni conquista del figlio, il padre e/o la madre non si allontanino. Cadute e traumi sarebbero la quotidianità di quel bambino lasciato troppo distante e troppo solo. Avvicendamento e accompagnamento.

Oggi ci viene insegnato invece a non abbandonare mai ciò che abbiamo conquistato, diverso è il volere mantenere una vita attiva in tempi in cui l’età si è allungata. Tipica è la situazione dei dirigenti di partito o di istituzionali che trovano sempre il modo di presentarsi come indispensabili (e di ricandidarsi), oppure di sparire quando è finito il loro compito in prima fila. Non sembra esserci molta disponibilità a rimanere fra le quinte per aiutare, accompagnare, allenare. E quando hanno finito il loro ruolo (o sono costretti alle dimissioni), allora decidono di sparire, di non collaborare, di godere da lontano degli sbagli di chi li ha sostituiti. Come se il fallimento degli altri fosse un motivo di gioia, di verifica della loro validità. Ma famose sono anche le vicende di imprenditori che incontrano i figli solo in aule di tribunale, perché non sono disposti a lasciare la propria posizione e a concedere spazio e responsabilità a chi è più giovane.

Lasciare è una forma di fiducia in se stessi e negli altri. Se imparassimo l’arte dell’accompagnamento e dell’avvicendamento, il mondo comincerebbe a girare per il verso giusto, i bambini imparerebbero davvero a camminare e ad andare in bicicletta, i giovani sarebbero in grado di guidare le aziende, e gli anziani sarebbero davvero fonte di saggezza e di consiglio, perle preziose da non accantonare in qualche ricovero.

Marta Valagussa

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